Dieci anni e ottantasette giorni

Un progetto fotografico ispirato dalle parole dei carcerati nel braccio della morte in Texas, Stati Uniti d’America.

“…Non ferirti in me, sarà inutile, non ferir me, perché ti ferisci.”

Pablo Neruda, Il pozzo

 

Ho vissuto in Texas per molti anni e ancora ogni soggiorno per lughi periodi  in una località a quaranta miglia da Huntsville, la cittadina conosciuta per il braccio della morte. Ho letto alcune delle lettere e delle interviste che i condannati a morte hanno scritto o rilasciato nel carcere di Livingston nella Polusky Unit, dove è stato trasferito dal 1999 il braccio della morte, sempre vicino a Hunstville. Le loro parole, pensate nella solitudine delle celle,  hanno ispirato le mie immagini. Mi sono limitata al Texas, non tanto per familiarità, quanto perchè proprio lì si registra il maggior numero assoluto di esecuzioni negli Stati Uniti, ma anche nelle nazioni democratiche del mondo occidentale. Dopo un’attesa che dura in media Dieci anni e ottantasette giorni, titolo che ho scelto per il mio lavoro, i condannati vengono giustiziati. Vivono tutto questo periodo in solitudine, in contatto con il mondo solo attraverso una radiolina da tavolo, dei libri e gli atti legali che li riguardano. Questi pochi privilegi li ricevono esclusivamente se si attengono con buona condotta a tutte le regole di vita carceraria prestabilite. Passano 3.737 giorni in media così, talvolta più di 20 anni, non sempre e indubitabilmente  colpevoli. Le mie immagini sono il frutto delle loro parole: le ho scattate pensando anche a chi è restato, ai familiari di chi è stato giustiziato. Non mi sottraggo alla consapevolezza dell’efferatezza spesso incontestabile del crimine, così come d’altro canto, constato a volte l’assenza di crudeltà.  In ambedue i casi e così anche in tutte le innumerevoli sfumature di ogni singolo episodio, mi chiedo: su quali sentimenti e ragioni si regge nel XXI secolo, nel ricco ed evoluto Texas, la pratica così arcaica dell’esecuzione?

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