Ricordo, rivedo

Ricordo, rivedo.
Il Vittoriale degli italiani confina con il giardino botanico di mio bisnonno Arturo Hruska, botanico austriaco e dentista, anche di Gabriele d’Annunzio. Nei giorni in cui, bambina e poi ragazzina, andavo a trovare mia nonna, figlia di Arturo, e mio nonno Mario Camerini, regista pensionato, il Vittoriale era il mio vicino di casa. I nonni avevano scelto un piccolo rustico per passare gli ultimi anni della loro vita all’interno del giardino botanico. La famiglia di mio nonno Mario, originaria dell’Abruzzo, aveva anche una qualche parentela con il Vate e si parlava di scambi di lettere tra d’Annunzio e non ricordo bene chi. Erano diverse le ragioni per cui le storie sul Vate animavano qualche conversazione familiare, talvolta in modo irriverente, talune ironiche o sarcastiche. Grazie a quelle storie e alle poche notizie imparate a scuola, intuivo fosse un uomo originale, forse anche coraggioso, desueto, a volte, per me, divertente. Quando poi da ragazzina visitai il Vittoriale, restai affascinata dal mondo racchiuso in quella casa, i velluti, i drappeggi, i colori, gli ori, gli oggetti, i libri, le ceramiche, le statue, i motti… Non era difficile immaginare il Vate avvolto in velluti e piume, scendere le scale declamando versi, circondato dagli amati levrieri. Nel parco passai quasi tutto il tempo sulla prua della nave Puglia da dove, guardando verso il lago, immaginavo di vederlo immergersi nelle acque del Rimbalzello con un pizzico di sale in bocca, per simulare “una tonica e ristoratrice nuotata marina nell’Adriatico”, come mi raccontava il nonno. Allora d’Annunzio era per me l’incarnazione del superuomo dallo spirito libero, capace di creare epica e mito, culminato in questo ultimo luogo di vita dove, come lui stesso scrisse nell’Atto di donazione del 1923, tutto è “una forma della mia mente, un aspetto della mia anima, una prova del mio fervore”.

Da donna adulta, mi sono riavvicinata a d’Annunzio e alla sua dimora per questo progetto, leggendo lettere, scritti, libri, prestando attenzione alle testimonianze e alle memorie delle molte donne che con lui ebbero rapporti, e anche le parole che lui stesso scrisse sulla figura femminile. Mi è apparso evidente che tra le mura seducenti del Vittoriale non vi abitò solo lo scrittore e il poeta straordinario della nostra letteratura, ma anche un uomo sconvolto, a tratti depresso, cocainomane, affetto da una grave dipendenza dal sesso. Un erudito che usò a suo piacimento donne anche giovanissime, per alimentare curiosità e ispirazione, coinvolgendole talvolta in orge fino allo sfinimento. Donne sovente a lui vendutesi (ma anche vendute da altre donne, madri compiacenti e sciagurate). Donne che – voglio immaginare – nelle stanze opulente si piegavano con profondo ribrezzo al volere di un uomo narciso, malato e fisicamente devastato. Donne a volte chiamate muse, celebrate, ma incapaci di liberarsi dalla malattia di un rapporto tossico, vittime di ripetute umiliazioni, prive di amor proprio e capacità di giudizio.

Ho scelto di scattare le mie fotografie nel parco per distogliermi dai ricordi d’infanzia legati per lo più agli interni, nell’intento di guardare d’Annunzio e il Vittoriale con occhi diversi. Ho voluto ripulire le mie fotografie con i colori giallo e rosso del Vittoriale, eliminando tutto ciò che non era essenziale, lasciando solo un’immagine, un luogo, un segno che in qualche modo possa suggerire e rimandare a una delle tematiche ricorrenti nella parte finale della sua vita. Ogni fotografia è accompagnata e ha relazione con brani tratti dalla sua ultima opera, Il libro segreto (1935). Fanno eccezione i brani che accompagnano Eremo (tratto dall’Atto di donazione del Vittoriale al popolo italiano) e Motti, dove ho tradotto in italiano e trascritto i motti che si trovano nel parco per farne una sorta di “filastrocca”. Infine e finalmente, nel testo di Memoria, ultima opera di questa serie, ritrovano voce le testimonianze post-mortem di alcune donne che sono state importanti nella vita di Gabriele d’Annunzio.

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